Mentre tutte le altre donne della città partecipano alle feste in onore di Bacco, Alcìtoe, figlia di Minia è rimasta a casa, perché non crede che Bacco sia figlio di Giove. Con lei sono le sue sorelle. Le fanciulle lavorano al telaio.
Alcìtoe al telaio, L. Dolce, 1548
Una di loro propone: ‘mentre le altre si dedicano ai riti per il falso dio, noi qui, devote a Minerva, che è una vera dea, mentre lavoriamo, raccontiamo storie a turno per alleviare la fatica e perché ci sembrino l’ore più brevi!’
Le altre si dichiarano d’accordo e la invitano a cominciare per prima.
Ella esita se narrare di Dércete babilonese [divinità siriana dell’amore la quale, dopo aver ucciso un giovane da cui aveva avuto la figlia Semiramide, si gettò in un lago e fu trasformata in pesce]
che, come credono i Siri, mutando l’antica figura
con le sue membra coperte di squame abitò negli stagni
o se raccontare un’altra metamorfosi
dell’albero un tempo bianco di frutta
che nero or s’è fatto al contatto del sangue
Opta per questa seconda storia e proseguendo a filare, così principiò la novella:
Dércete trasformata in pesce, J. U. Krauss, 1690
‘Piramo e Tisbe, tra i giovani l’uno il più bello di tutti
l’altra più vaga di quante fanciulle possiede l’Oriente,
ebbero case contigue……’
Si erano innamorati e desideravano sposarsi, ma i genitori non lo permisero. Si parlavano da lontano a cenni e a segni del capo, poi si accorsero che
una parete tra mezzo, comune ad entrambe le case,
c’era, che aveva una lieve fessura e le dolci parole
per la fessura con lieve bisbiglio passavan sicure
e si mischiava il respiro dell’uno con quello dell’altra.
Tisbe, Waterhouse, 1890
Piramo e Tisbe
I due innamorati decidono di vedersi una notte fuori casa sotto un gelso fecondo di bianche frutta e che stava vivìcino a una fonte di gelide linfe.
Quel giorno il tempo sembrava non passare, infine
il sole che parve calar lentamente
precipitò dentro l’onde e dall’onde balzò fuor la notte.
Tisbe esce per prima, la testa avvolta in un velo, e di nascosto dai suoi si reca al luogo fissato. L’amore la rende audace.
Ma quando vede giungere alla fonte una leonessa con le fauci insanguinate, fugge, perdendo il velo. La belva lo strappa e lo insanguina.
Tisbe fugge la leonessa e perde il velo, J. W. Baur, 1659
Poco dopo arriva Piramo. Trova il velo insanguinato e crede che Tisbe sia morta. Si sente colpevole per averla convinta ad incontrarlo di notte, e per non essere giunto per primo.
Si siede sotto il gelso con in mano il velo della fanciulla ed esclama: ‘Or imbeviti pur tu del mio sangue!’ e si uccide con la spada.
Il suo sangue macchia di scuro i bianchi frutti del gelso.
Tisbe, che ancora tremava sgomenta, per non ingannare
Piramo, torna e lo crìerca con gli occhi e col cuor, desiosa
di raccontargli i pericoli tutti che aveva sfuggiti
Tisbe vede Piramo, N. Poussin, 17° sec.
Trovò Piramo morente. E poi che l’ebbe veduta serrò le pupille per sempre.
Tisbe si getta sulla spada di lui e il suo sangue schizza sui frutti del gelso.
Serbano scuro il colore i frutti maturi del gelso
ed in un’unica tomba le ceneri posano insieme
La morte di Tisbe, M. Merian, 1619
La fanciulla al telaio finì di narrare e un’altra, dopo un istante
incominciò il suo racconto e si tacquero l’altre sorelle.
Febo [Apollo, il Sole] che vede per primo ogni cosa, si crede che primo
abbia veduto l’adultero amplesso di Venere e Marte
Gli amori di Marte e Venere, Giulio Romano, 16° secolo
Febo si reca nella fucina di Vulcano, il marito tradito, e gli indica il luogo e gli amori furtivi. Vulcano si sente
come smarrire gli spiriti e giù lascia cadere i lavoro
che la sua mano di fabbro stringeva. Poi subito lima
tenui catene di bronzo con reti che ingannino gli occhi,
parevano fili di ragno che pendono giù dal soffitto
Febo nella fucina di Vulcano, Diego Velasquez, 17° secolo
E fa che scattino al tocco più lieve e al più piccolo peso,
e li dispone con abilità, recingendone il letto.
Come si giacquero insieme la moglie e l’adultero Marte
con quei lacciuoli di nuova invenzione e con l’arte del dio
ambo rimasero uniti, sorpresi tra gli abbracciamenti.
Vulcano getta la rete, A. Varotarii, 1630
Allora Vulcano spalanca le porte d’avorio e introduce tutti gli dèi (qualcuno, osserva Ovidio, avrebbe voluto essere al posto di Marte!)
Ne risero tutti, ed a lungo
questa storiella passò per la bocca di tutti gli dèi.
Gli dèi ridono
Venere, dea dell’amore, decide di vendicarsi dello spione, fa innamorare Febo della bellissima Leucotoe e gli fa dimenticare l’amata Clizia.
Ovidio si rivolge direttamente al Sole
E tu, che devi vedere ogni cosa, Leucòtoe sola
guardi, con gli occhi su di lei, che dovresti fissare sul mondo!
Ora tu sorgi più presto nel cielo d’oriente e ti tuffi
ora più tardi nell’onde; per lei vagheggiare, indugiando
ore prolunghi d’inverno, talora ti eclissi e sgomenti i mortali.
Febo prende l’aspetto della madre della fanciulla ed entra nella sua stanza. Fa uscire le ancelle, dicendo che deva parlare in segreto con la figlia.
Il nume, rimasta la stanza deserta, disse:
‘Io sono colui che misura il lung’anno, son io
che vedo tutto e per cui vede tutto la terra. Son l’occhio
dell’universo. Mi piaci, e tu, prestami fede, fanciulla.’
Ella, temendo, lasciò per paura cadere di mano
fuso e conocchia. Ma la paura la rese più bella.
Subito Febo riprese l’aspetto e la solita luce.
Ma la fanciulla, benché spaventata alla vista improvvisa
vinta da quello splendore s’arrese, né fece lamento.
Febo visita Leucotoe
Clizia, che si vede trascurata, arde di gelosia. Si reca dal padre di Leucòtoe e gli denunzia gli amori della figlia.
Costui, spietato e feroce, seppellisce viva la figlia in profonda fossa e le gitta sopra un altissimo mucchio di terra.
Due illustrazioni di Ludovico Dolce, 1558:
Febo tenta, se può con la forza dei raggi ridare alle membra
fredde il calor della vita
ma invano. Allora bagna la terra di un nettare profumato, e dal corpo senza vita nasce la pianta dll’incenso.
Clizia, sperando che Febo tornasse da lei, rimase distesa sulla terra per nove giorni non bevve né prese vivanda, solo guardava la faccia del Sole
Fu trasformata in una pianta, l’eliotropio.
[L’eliotropio ha un fiore molto più piccolo ma con le stesse caratteristiche del girasole. Quest’ultimo gli antichi non lo conoscevano, perché venne importato dall’America]
Pure così radicata si volge al suo Sole diletto
pure così trasformata conserva l’amore d’un tempo.
Quest’ultimo è il verso 270 del Libro IV.
Clizia trasformata in pianta, Waterhouse, 1910
Terminato il lungo racconto, un’altra sorella prende la parola e dice: or vi intrattengo con una novella piacevole e nuova.
C’è una fonte che fa perdere la virilità agli uomini che vi si immergono. Ecco perché.
Aveva quindici anni Ermafrodito, il figlio di Mercurio e di Venere [Ermes + Afrodite], era bello e somigliava ad entrambi i genitori. Gli piaceva visitare luoghi sconosciuti e mai si stancava di vagare. Un giorno vide una fonte
che sino al fondo era limpida d’acqua; non canne palustri,
ivi non alghe infeconde, non ispidi giunchi, ma tersa acqua
ed erbe che verdeggiavano sempre
In quella fonte viveva la ninfa Salmàcide. Trascorreva il suo tempo a bagnarsi le membra leggiadre, a pettinarsi le chiome, a raccogliere fiori.
Quando vide giungere Ermafrodito, subito desiderò unirsi a lui, ma venne respinta.
La ninfa finse di allontanarsi e si nascose dietro un cespuglio.
Ermafrodito e Salmacide, F. J. Navez, 1829
Ermafrodito si spogliò per bagnarsi nella fonte. Quando lo vide nudo, Salmàcide gettò gli abiti e lo abbracciò stretto pregando così gli dèi:
‘fate che mai ci stacchiamo,
neppur per un giorno soltanto!’ s’uniron i corpi dei due
che si mischiaron di sesso, e gli aspetti si fuser in uno.
Più non son due, ma doppio è l’aspetto che non si può dire
maschio né femmina
Quando il giovane si accorse che le acque della fonte gli avevano tolto la virilità, rivolse una preghiera ai genitori:
‘Chi qui si tuffa da maschio, poi sol mezzo maschio se n’esca!’
Fu esaudito.
Ermafrodito e Salmacide uniti, S. Clairac, 1998
Era finito il racconto, le tre figlie di Minia
attente al lavoro, disprezzavano Bacco e i suoi riti
Fuori si sentivano i canti e le musiche delle feste del dio.
Era quell’ora che resta indecisa tra il giorno e la sera
ma con quel fioco barlume che segna il confin della notte
Improvvisamente i telai si coprono di edera e i fili per tessere diventano tralci di vite.
Le tre fanciulle terrorizzate cercano scampo ma non sanno come nascondersi
Mentre ricercano il buio, ricoprono d’una membrana
gli arti che rimpiccioliscono e chiudono le loro braccia.
Non hanno pel volo penne, ma reggonsi in alto con ali che son trasparenti.
Stan sotto i tetti odiando la luce del giorno e volan di notte
Le figlie di Minia sono state trasformate in pipistrelli.
Le tre figlie di Minia trasformate in pipistrelli, M. Merian, 1619
A Tebe era famoso e onorato il nome di Bacco. Sua zia Ino, che lo aveva tenuto nascosto appena nato, se ne gloriava ed era orgogliosa anche del marito Atamante e dei propri figli. Tutto questo faceva adirare Giunone.
Ino si prende cura di suo nipote Bacco, pittura parietale, 1° secolo
Il figlio della rivale [Bacco, figlio di Giove e di Semele] aveva punito le persone che non lo onoravano: aveva trasformato in delfini i pirati che lo avevano rapito, aveva permesso che Penteo venisse dilaniato dalla propria madre, aveva fatto diventare pipistrelli le figlie di Minia. E e lei Giunone, doveva sopportare la superbia di Ino senza intervenire?
Si reca allora nell’Averno, ove errano gli spiriti esangui che l’ossa lasciarono e il corpo. Alcuni di loro trattano ancora le attività di quando erano vivi nel mondo, altri scontano i loro castighi.
Come entrò nell’Averno la soglia gemé sotto il peso
sacro di lei. Cerbero le tre bocche levò di belva
con tre latrati
Cerbero e Giunone
Cerbero, William Blake
La dea Giunone chiamò le tre Furie, crude e implacabili, le figlie della Notte
esse, sedute alle porte di ferro di quella prigione
si pettinavano il capo crinito di neri serpenti.
Come conobber la dea in quella caligine folta, balzarono in piedi
Baur
E’ questa la sede degli empi:
Tizio, a terra disteso le viscere porge
da straziare; tu, Tantalo l’acqua non puoi afferrare
e via ti sfuggono i frutti che pendono sopra il tuo capo.
Sisifo insegue e sospinge il macigno che poi giù rovina;
volgesi Issione sopra la ruota senza mai sosta
mentre le Belidi audaci nel dare la morte ai cugini
versano l’acque nell’urne, instancabili, e l’urne son vuote
Tizio, Tiziano, 1549
Sisifo, Tiziano, 1548
Tantalo, B. Picardt, 1710
[Tizio aveva tentato di violentare la dea Latona, madre di Apollo e Diana. Tantalo, per mettere a prova gli dèi, aveva servito loro le carni del proprio figlio Pelope. Sisifo aveva tradito la fiducia di Giove, rivelando uno dei suoi amori]
[Issione si era innamorato di Giunone e aveva tentato di sedurla]
Issione, anfora a figure rosse, 4° sec. aC.
[Le Belidi, o Danaidi, avevano sposato i loro cugini. Per ordine del padre, tutte tranne una, uccisero i mariti durante la prima notte di nozze]
Le Belidi, Waterhouse, 1904
Giunone osserva le ombre punite con i vari supplizi e si rivolge alle Furie con queste parole: ‘perché costoro soffrono eterne pene, mentre il superbo Atamante e sua moglie Ino, che mi disprezzano, stanno nella loro ricca reggia?’
E comanda alle Furie di rendere furioso Atamante e portarlo al delitto.
Tisifone, una delle tre Furie rassicura la dea che il suo ordine verrà eseguito e la invita a lasciare l’orrendo regno dei morti e tornare tra l’aure migliori del cielo.
La Furia si mise in mantello stillante di sangue vermiglio e salì sulla terra seguita dalla Paura, dal Terrore, il Pianto e la Follia.
Entrano nella reggia di Atamante e Ino. Tisifone si strappa due serpenti dai capelli
e prestamente li lancia con mano pestifera, le serpi
strisciano dentro nel seno regale dell’uno e dell’altro
spirando fiato che appesta
Le serpi non feriscono i corpi, soltanto le anime. La Furia ha portato con sé dei veleni che rendon cieca la mente e li versa sull’infelice coppia.
Dopo aver obbedito agli ordini di Giunone, Tisifone ritorna agli Inferi.
Atamante e Ino assaliti da Tisifone, B Picart, 1720
Atamante subito esce correndo dalla reggia, rincorre la moglie dicendo che è una leonessa
e dal suo seno le strappa Learco, che ride tendendo
le sue manine
Atamante e Ino con Learco
e più volte lo ruota per l’aria leggera
come una fionda e feroce gli spezza sul rigido sasso
le ossa infantili
Atamante uccide il figlio
Ino, anche lei impazzita, fugge urlando e tenendo Melicerte fra le braccia.
Pende sul mare una rupe, la parte di sotto è incavata
causa dei flutti
Ino vi sale sopra e senza esitare si lancia in mare con il bambino.
Ino si lancia in mare
Venere, nonna di Ino, prega Nettuno di intervenire.
Il dio li rende immortali e dà loro nuovi nomi: Melicerte si chiamerà Palémone e Ino avrà nome Leucotea
Gli dèi hanno pietà di Ino
Le donne tebane corsero alla rupe. Quella che era stata la più devota a Ino gridò:
‘la regina seguo nel mare’ ma mentre era lì per saltare nell’onde
più non si mosse e rimase per sempre confitta allo scoglio.
Le altre divennero uccelli e tuttora nell’acque marine
volano basso e rasentano i flutti con l’ale
Questo è il verso 562 del Libro IV.
Cadmo fu vinto dal lutto e da tante sciagure
[Suo nipote Atteone viene mutato in cervo e sbanato dai cani, sua figlia Semele è folgorata dalla presenza di Giove, sua figlia Agave dilania il figlio Penteo credendolo un cinghiale, sua figlia Ino si getta in mare con il bambino]
e abbandonò Tebe, la città che aveva costruito, insieme a sua moglie Armonia. Vagarono a lungo finché
giunser nel suol dell’Illiria. Già stanchi dagli anni e dai mali,
mentre parlando ricordano i tempi ed i mali passati
dalla famiglia, così disse Cadmo: ‘il serpente che uccisi
quando partii da Sidone e i cui denti dispersi per terra,
strana semente, era forse divino? Se i numi con tanta
ira fanno vendetta, m’allunghi in serpente pur io!’
La sua richiesta di essere trasformato in serpente viene esaudita dagli dèi.
Cadmo e Armonia, N. Brooks, 1849
Armonia prega:
‘anche me, numi, perché non mutate in un altro serpente?’
Questo accade e poi d’improvviso i due
strisciano insieme fin dentro nel buio d’un bosco vicino.
[si è avverata la predizione della voce misteriosa che sconvolse Cadmo
‘perché guardi il drago ucciso? Tu pure sarai contemplato con forma di serpe!’]
Armonia trasformata in serpente
Un altro uomo che si rifiutava di onorare Bacco era Acrisio, che regnava ad Argo. Costui si rifiutava anche di credere che sua figlia Danae avesse concepito Perseo da Giove, trasformato in pioggia d’oro.
[Ad Acrisio un oracolo aveva predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio di sua figlia. Per questo la rinchiuse in una torre di bronzo, in cui Giove entrò sotto forma di pioggia d’oro]
Giove e Danae, C. J. Natoire, 1731
Perseo, ormai adulto, si trovava all’estremo Occidente e tornava dalla sua famosa impresa. Aveva decapitato Medusa e portava la sua testa capace di pietrificare chiunque la guardasse.
Attraversava le terre dove regnava Atlante, il gigantesco figlio di Giapeto e dove crescevano gli alberi con i pomi d’oro.
Perseo, stanco, si presenta come stirpe di Giove e chiede ospitalità ad Atlante. Il gigante si ricorda di una profezia:
‘Tempo verrà che, spogliato dell’oro sarà il tuo giardino
e godrà della preda, superbo, un figlio di Giove!’ [sarebbe poi invece stato Ercole]
Temendo che il ladro preannunciato fosse Perseo, Atlante nega l’ospitalità. Perseo risponde:
‘poiché l’amicizia disdegni, prendi un regalo!’ e scopre la testa di Medusa rivolgendola contro di lui. E Atlante monte divenne quant’esso era grande
la barba e i capelli si mutaron in selve, e in giogaie le spalle e le mani
e quello che prima era il capo si fece la vetta del monte
e su di lui si posò tutto il cielo con tutte le stelle
[Atlante si chiama ancora oggi la catena montagnosa del Marocco]
Atlante trasformato in montagna
Perseo si mette i calzari alati e parte in volo. Sorvolando l’Etiopia scorge
una fanciulla legata le braccia a una ripida rupe
(Perseo l’avrebbe creduta di marmo, se l’aria leggera
non le moveva le chiome e stillavano lacrime gli occhi)
Rapito alla vista, dimentica quasi di battere l’ali!
Scende a terra e le parla:
‘dimmi il tuo nome e la patria e la causa per che sei legata’
Ella dapprima non parla né ardisce rispondere a un uomo,
vergine così com’era ed avrebbe nascosto il rossore del volto
con le sue mani se stata non fosse legata
Alla fine la giovane risponde. Si chiama Andromeda, è figlia di re Cefeo e Cassiopea e spiega di essere lì legata per essere divorata da un mostro, a causa della madre.
[Sua madre si è infatti vantata di essere più bella delle Nereidi. Queste chiedono vendetta a Nettuno il quale manda un mostro marino che devasta le coste del regno. Solo il sacrificio di Andromeda potrà salvare l’Etiopia]
Ma non aveva per anco finito che strepita l’onda
enorme un mostro s’avanza sulla distesa del mare
Perseo salva Andromeda, Tiziano, 16°
Perseo si rivolge a Cefeo e Cassiopea, i disperati genitori della fanciulla. Si presenta come Perseo, figlio di Giove,
Gorgonis anguicomae Perseus superator et alis
aetherias ausus iactatis ire per auras
[Perseo, l’eroe che ha vinto la Gorgone Medusa dai capelli di serpenti, quello che osa con movimento dell’ali volare per l’aria leggera]
chiede la fanciulla in sposa se abbatterà il mostro marino. I genitori acconsentono e gli promettono un regno come dote.
La lotta fra l’eroe e il mostro occupa una ventina di versi e termina con il mostro ucciso da molti colpi di spada. Per combattere, Perseo ha appoggiato la testa di Medusa su una roccia coperta di erbe e di alghe. Quando la solleva, esse sono diventare rigide, sono nati i coralli.
Come il banchetto di nozze finì, si sollevarono gli spiriti con generoso vino.
Uno dei commensali chiese allora all’eroe di raccontare con quanto valore e con quale arte troncò la testa della Gorgone irsuta di serpi.
La testa di Medusa, Caravaggio, 1627, Galleria degli Uffizi, Firenze
Perseo e le figlie di Forco, vaso greco, 425 aC.
Perseo racconta: le Gorgoni avevano delle guardiane, le vecchie figlie di Forco, che in tre avevano un solo occhio e se lo passavano l’un l’altra. Io rubai quell’occhio così potei entrare nell’antro. Medusa dormiva. La guardai riflessa nel mio scudo per non essere pietrificato, e la decapitai. Dal suo sangue nacquero Pegaso e suo fratello.
[Pegaso è il cavallo alato, suo fratello è il guerriero Crisaore]
Un altro chiede perché solo Medusa avesse serpi per capelli e non le altre Gorgoni.
Si narra, dice Ovidio, che Medusa avesse capelli bellissimi che fecero innamorare Nettuno. Il dio le fece violenza nel tempio di Minerva e la dea
gli occhi pudichi coprì con lo scudo; e perché quell’oltraggio
invendicato non fosse, le chiome mutò di Medusa in quegli sconci serpenti.
La dea, per spaventare i suoi nemici porta ancora le serpi che fece, davanti, sul petto.
Con questo verso, 804, termina il Libro IV
La nascita di Pegaso e Crisaore, E. C. Burne-Jones, 1877
NOTE:
Le frasi in corsivo sono l’esatta traduzione dei versi latini, per i brani più lunghi viene riportata la traduzione di Ferruccio Bernini
Le illustrazioni di cui non viene dato l’autore provengono principalmente da edizioni delle Metamorfosi del 16° e 17° secolo. I pittori sono Matthaeus Merian, Johan Ulrich Krauss, Vergil Solis, Lodovico Dolce, Georges Sandys e Johann Wilhelm Baur]
[Le frasi fra parentesi quadre sono note mie]
Comments powered by CComment